Un piccolo assaggio della nostra ultima opera...un omaggio a tutti coloro che si ribellano alla musica di merda
martedì 24 marzo 2009
domenica 15 marzo 2009
Riflessioni sui teen ager e i difetti posturali

L'altro ieri chiacchieravo con Sara che da qualche tempo lavora in un liceo e da brave "anziane" di quasi 30 anni riflettevamo su come cambiano i tempi e le mode dei teen ager.
Per quanto riguarda quelli della nostra generazione, c'è stato un cambiamento che ha fatto da spartiacque, una rottura che, come la caduta dell'impero romano d'occidente, ha causato il passaggio da un'era (la nostra) a un'altra: la scomparsa dello zaino dell'INVICTA.
Ora come questo sia avvenuto, se gradualmente o di botto, non so dirlo. So solo che quando andavamo alle superiori noi lo zaino invicta era un must, al punto che eri ritenuto sfigato se non ce l'avevi. Ora nessuno ce l'ha più e anzi, se ce l'hai sei ritenuto uno sfigato.
Mi domando come questo cambiamento possa aver influito sul futuro dell'azienda invicta ma non è certo questo il punto.
Lo zaino dell'invicta era uno status symbol, ti dava un senso di appartenenza, era qualcosa che denotava cosa facevi (uno studente gggiovane) e chi eri (non certo uno sfigato).
Ce n'erano di varie tipologie: quelle semplici "monocromatici", quelli con abbinamenti improbabili di colori tipo fuxia, verde e arancio (tipicamente anni 90) o le fantasie "a tema" elaborate dal signor Invicta di anno in anno per vendere di più (psichedelico, dedicato agli indiani, salviamo i delfini, no agli inceneritori, W i sandali con gli occhi...) o quelli storici, ereditati dai fratelli, tutti sbiaditi che al posto delle fibbie grandi avevano quelle piccole.
Spesso e volentieri lo zaino dell'invicta serviva a far sapere agli altri -previa uso indiscriminato dell'uni posca- i tuoi sentimenti (Francy TVTB, Mary TAT, W la fia) la tua fede(forza juve, forza milan, forza pistoiese) o semplicemente chi cavolo eri (Ely L., Chicca '79, Matte G.). Se per caso cambiavi idea riguardo a una delle cose suddette avevi due alternative: lavare lo zaino finchè, insieme al suo colore, non se ne andava via un po' di uni posca e scriverci sopra le tue nuove opinioni oppure direttamente cambiare lo zaino comprando un invicta nuovo.
Ma quello che veramente ha contraddistinto una generazione intera, la mia, non è stata la tipologia di zaino dell'invicta, ma come veniva portato.
Ora, si sa che lo zaino è fatto appositamente per essere portato su due spalle (guarda caso ha due lacci sul dietro, non UNO come il monospalla che fra l'altro ha riscosso un limitato successo) ma non so per quale motivo a un certo punto venne fuori la moda che lo zaino dell'invicta andava portato su una spalla sola: se lo portavi su due eri, manco a dirlo, uno sfigato al pari di coloro che non avevano lo zaino dell'invicta.
Che poi l'unico laccio che usavi mica lo potevi tenere stretto! no, doveva essere lentissimo in modo che lo zaino penzolasse a livello delle chiappe, a volte sbattendoci direttamente sopra.
Ora, poichè spesso e volentieri i libri che portavamo a scuola erano molti e anche pesanti, come per la torre d Pisa ci piegavamo dall'altra parte per fare da contrappeso.
Come se non bastasse mica ti potevi mettere lo zaino in spalla appoggiandolo prima in alto, tipo su un banco! no, fare così era da sfigati (che te lo dico a fà) dovevi sollevarlo da terra, farlo ruotare e mettertelo in spalla direttamente con un rumore tipo CIAC che a volte era provocato dallo zaino che sbatteva sul giacchetto, altre dalla tua spalla che si lussava.
Da qui ecco il danno: un'intera generazione di giovani ha portato giorno dopo giorno per 5, a volte anche 6, 7 o 8 anni (a seconda di quante volte ripetevi gli anni scolastici) lo zano su una spalla sola...Cazzo le nostre schiene ne devono aver risentito di brutto!
Così come è successo per certi antropologi che hanno trovato scheletri antichissimi con le ossa orredamente deformate da chissà quale moda assurda forse tra un mille anni degli antropologi del futuro studieranno i nostri scheletri e si domanderanno come mai un certo numero di scheletri presentano una spalla più bassa dell'altra.
La risposta, cari antropologi e archeologi del futuro, ve la dò io: è lo zaino dell'INVICTA!!
mercoledì 4 marzo 2009
La domanda fatidica

Il post di oggi è una considerazione che già da un po' di tempo mi ronzava nella testa ma solo oggi, dopo la visita oculistica del rinnovo della patente (eh già, sono ben 10 anni che semino il panico per le strade)mi sono decisa a esplicitarla.
Un tempo neanche troppo lontano era ritenuto maleducazione chiedere un'età a una signora. Mia nonna non mi ha mai voluto dire la sua età, si arrabbiava se glielo chiedevo e purtroppo quanti anni avesse nonna l'ho scoperto solo il giorno in cui l'ho letto sulla sua lapide. Oggi i tempi sono cambiati. Forse perchè sono ancora ggggiovane (o così mi ritengo) non mi dà alcun fastidio dire che ne ho 28.
Al giorno d'oggi c'è una sola domanda che temo più della peste: che lavoro fai?
Cioè, non se siamo in un salotto fra amici e l'ultimo arrivato mi chiede "allora Marta, che lavoro fai?" in tal caso rispondo senza problemi: "mi occupo di cultura bla bla bla bla" e ne può nascere anche uno spunto di conversazione semibanale/semipallosa.
Già, ma quando a chiedertelo è, come oggi, un dottore/burocrate(che sono la razza peggiore!!)cosa cavolo gli rispondi? Quello si aspetta da te una risposta breve e sintetica, non la storia della tua vita. A lui di cosa fai o non fai non gliene frega nulla, a dire il vero non gliene frega nulla nemmeno se hai lo sguardo da lince o sei cieco come una talpa, sebbene debba rinnovarti la patente. A lui gli interessa di liberarsi di te il più presto possibile, barrando con una crocetta un quadratino dei 5 a scelta multipla sotto la voce professione, applicare un timbro e riscuotere i tuoi soldi. Fine della visita, può mandare avanti il prossimo.
Suppongo che 10 anni fa, quando presi la patente, alla stessa domanda abbia risposto: studentessa.
Così ho continuato finché ho potuto, anche se lavoravo e studiavo allo stesso tempo. Perchè l'essere studenti è di per sè un alibi a questa domanda. Che fai? Studio. Non fa una piega. Anche se hai 70 anni e non dai esami da 20. Cosa gliene frega? studente è una delle opzioni contemplate nella lista. Questo basta.
Pochi giorni dopo la laurea mi fu fatta la stessa domanda non ricordo per cosa e io risposi a cuor leggero: studentessa. Solo dopo mi resi conto che non era più vero, che non sarebbe stato più vero.
L'altro giorno consideravo con il mio amico Giova che ci sono due cose fra le altre in base alle quali si realizza di essere "diventati adulti", vale a dire quando alla domanda "professione?" non si risponde più a cuor leggero "studente" e quando alla domanda "mail?" invece di rispondere "AkkalappiaKani87@sountubo.com o biondaocchiazzurri82@mailfasulla.it" si risponde con un sobrio "nome.cognome@gmail.com.".
Sì ma questa considerazione non risolve il problema sollevato: cosa cazzo rispondo al medico della visita per la patente?
Dopo un'ora di attesa in una stanza con pannelli esplicativi dei vari cartelli stradali e i fari di una finta ritmo rossa puntati verso di me sento chiamare il mio nome. Mi avvicino alla scrivania del dottore tutta intimorita (già, perchè fra l'altro ho paura che in 10 anni la mia vista sia calata e mi metta l'obbligo di guida con lenti), mi siedo e mi indica delle lettere su un pannello luminoso. Ok, fin qui ci sono, niente obbligo di guida con lenti.
Poi prende un foglio in mano e inizia a compilare i campi. Dio, ti prego, fa che non ci sia QUELLA domanda, fa che non me lo chieda, fa che non me lo chieda. E invece, eccotela che arriva: "Professione?" "Ehm" faccio io "sinceramente non so che dirle...PRECARIA." "ma non posso rispondere precaria" "allora" ribatto io "metta COLLABORATRICE A CONTRATTO" "eh" fa lui "ma non posso mettere nemmeno quello. che cosa fa?" "mi occupo di cultura in un ufficio" il suo sguardo si illumina "aaah, impiegata" mi dispiace quasi deluderlo "no, veramente no" "allora..libera professonista?" il suo sguardo è quasi di supplica. "guardi" faccio io "non so come risponderle, metta quello che le sembra più appropriato".
Il dottore prende i soldi, mi consegna il foglio compilato e facendomi uno sguardo mesto mi saluta con un "in bocca al lupo per il suo futuro".
Questa è la situazione dei giovani. E anche dei meno giovani. Mi domando se tutti siano in difficoltà come me a rispondere a QUELLA fatidica domanda.
Per cui, dico io, ok che lo stato, i politici e tutti coloro che si riempiono la bocca di belle parole per aiutare i giovani e bloccare il precariato non sono riusciti a fare nulla, ma almeno cazzo si mettessero d'impegno per eliminare la domanda "professione" dai questionari burocratici. Ci risparmierebbero un bel po' di seccature, no?
mercoledì 25 febbraio 2009
lunedì 23 febbraio 2009
Un breve pensiero
Per mia scelta difficilmente parlo a fondo della mia vita privata come delle persone che la popolano in questo blog.
Stavolta farò una piccola eccezione.
In questi giorni di umore altalenante cerco invano un approdo senza riuscire mai veramente a ghermirlo. Non so dove andrò, nè cosa sarà di me. Se sono in piedi vorrei essere seduta, se sono seduta in piedi. Se sono qua vorrei essere là, se sono là qua. Nessun posto mi sembra mio fino in fondo, in nessun ambiente mi sento a mio agio. In tutta questa confusione solo una persona è stata capace di farmi sentire a casa...A volte sento che Loris è la mia casa, il posto al quale, ogni volta che mi allontano, voglio tornare, mil solo del quale abbia mai davvero sentito nostalgia...
Stavolta farò una piccola eccezione.
In questi giorni di umore altalenante cerco invano un approdo senza riuscire mai veramente a ghermirlo. Non so dove andrò, nè cosa sarà di me. Se sono in piedi vorrei essere seduta, se sono seduta in piedi. Se sono qua vorrei essere là, se sono là qua. Nessun posto mi sembra mio fino in fondo, in nessun ambiente mi sento a mio agio. In tutta questa confusione solo una persona è stata capace di farmi sentire a casa...A volte sento che Loris è la mia casa, il posto al quale, ogni volta che mi allontano, voglio tornare, mil solo del quale abbia mai davvero sentito nostalgia...
mercoledì 21 gennaio 2009
Così, di getto
Premessa: forse questo post è l'effetto collaterale di un panino divorato in autogrill insieme a 5 ore di macchina, per cui prendete quanto è scritto di seguito con la dovuta cautela.
Da un'ora circa sono rientrata dai pochi giorni trascorsi sulla neve.
Ho tolto la roba dalla valigia, messo a lavare gli abiti sporchi, rimesso al loro posto quelli puliti. Tutto sembra avere una collocazione, tranne me.
Sempre così quando torno da una vacanza, sia essa della durata di un week end oppure di un mese.
Quando mi allontano da casa perdo la cognizione del tempo e di me. Se vado in montagna questa sensazione diviene ancor più forte, proprio perchè in montagna mi rilasso completamente, mi creo una nicchia tutta mia, mi spoglio dei ruoli che devo rivestire.
Al mattino colazione, poi sulle piste da sci. Pranzo in un rifugino a bordo pista. Rientro a casa al tramonto. Mi tolgo gli scarponi, appoggio gli sci e finalmente a casa. Odore di pareti di legno. Mi faccio un bel bagno rilassante, poi abiti comodi e un buon libro letto distesa sul divano. Fuori il silenzio dei boschi. Non c'è luogo dove mi senta più protetta.
Oggi già dalle prime ore di auto iniziavo a temere il rientro, perchè ormai mi conosc, conosco quell'angoscia che mi prende quando arrivo al casello di Pistoia, quando ritrovo immutata la mia città che mi aspetta. E' passato un secolo o un giorno? Non saprei dirlo.
Eppure so che tutto è finito, che devo tornare a essere me stessa.
Ringrazio il cielo di trovare appena varcata la soglia il cane che mi fa le feste. Senza di lui tutto sarebbe ben più difficile.
Intorno tutto parla di me, o almeno di quella che sono stata fino alla mia partenza, di quella che devo tornare ad essere. Il mio letto rifatto col pigiama sotto al cuscino. Le foto sul comodino: io da piccola, io con le amiche, io con Loris, io laureata. Un post-it appeso a un'anta di un armadietto mi ricorda l'appuntamento con la dietologa: venerdì ore 9 e 30. Fotocopie da studiare per un concorso. Disfo le valigie e so di non aver più scampo. Mi metto le ciabatte e accendo il pc. Aspetto che si carichi, poi vado a controllare la posta per vedere se ci sono notizie dal lavoro. Già che ci sono controllo anche il sito del comune di Prato, per vedere se sono usciti nuovi concorsi interessanti.
E ora? che ne sarà di me? Sarò di nuovo all'altezza di sostenere tutto questo? Non ho molta scelta, devo tornare a sedere sul posto che mi è stato assegnato dalla vita. Non esistono più la neve, le lunghe piste nel bosco, gli scarponi, il bagno caldo. Lo stesso libro che leggevo nella mansarda odorosa di legno dal letto di camere mia racconta una storia diversa. Riuscrò a riprendere il filo?
Da un'ora circa sono rientrata dai pochi giorni trascorsi sulla neve.
Ho tolto la roba dalla valigia, messo a lavare gli abiti sporchi, rimesso al loro posto quelli puliti. Tutto sembra avere una collocazione, tranne me.
Sempre così quando torno da una vacanza, sia essa della durata di un week end oppure di un mese.
Quando mi allontano da casa perdo la cognizione del tempo e di me. Se vado in montagna questa sensazione diviene ancor più forte, proprio perchè in montagna mi rilasso completamente, mi creo una nicchia tutta mia, mi spoglio dei ruoli che devo rivestire.
Al mattino colazione, poi sulle piste da sci. Pranzo in un rifugino a bordo pista. Rientro a casa al tramonto. Mi tolgo gli scarponi, appoggio gli sci e finalmente a casa. Odore di pareti di legno. Mi faccio un bel bagno rilassante, poi abiti comodi e un buon libro letto distesa sul divano. Fuori il silenzio dei boschi. Non c'è luogo dove mi senta più protetta.
Oggi già dalle prime ore di auto iniziavo a temere il rientro, perchè ormai mi conosc, conosco quell'angoscia che mi prende quando arrivo al casello di Pistoia, quando ritrovo immutata la mia città che mi aspetta. E' passato un secolo o un giorno? Non saprei dirlo.
Eppure so che tutto è finito, che devo tornare a essere me stessa.
Ringrazio il cielo di trovare appena varcata la soglia il cane che mi fa le feste. Senza di lui tutto sarebbe ben più difficile.
Intorno tutto parla di me, o almeno di quella che sono stata fino alla mia partenza, di quella che devo tornare ad essere. Il mio letto rifatto col pigiama sotto al cuscino. Le foto sul comodino: io da piccola, io con le amiche, io con Loris, io laureata. Un post-it appeso a un'anta di un armadietto mi ricorda l'appuntamento con la dietologa: venerdì ore 9 e 30. Fotocopie da studiare per un concorso. Disfo le valigie e so di non aver più scampo. Mi metto le ciabatte e accendo il pc. Aspetto che si carichi, poi vado a controllare la posta per vedere se ci sono notizie dal lavoro. Già che ci sono controllo anche il sito del comune di Prato, per vedere se sono usciti nuovi concorsi interessanti.
E ora? che ne sarà di me? Sarò di nuovo all'altezza di sostenere tutto questo? Non ho molta scelta, devo tornare a sedere sul posto che mi è stato assegnato dalla vita. Non esistono più la neve, le lunghe piste nel bosco, gli scarponi, il bagno caldo. Lo stesso libro che leggevo nella mansarda odorosa di legno dal letto di camere mia racconta una storia diversa. Riuscrò a riprendere il filo?
giovedì 15 gennaio 2009
La valigia dello sciatore
Quasi tutti gli anni è un incubo che si ripete.
Sia chiaro, mi piace andare qualche giorno a sciare e quando ne ho la possibilità programmo con entusiasmo la settimana bianca. Però tutte le volte, quando fisso il periodo etc è come se qualcosa dentro di me mi mettesse in allarme, come se la mia coscienza cercasse di ricordarmi qualcosa di tremendo che ho volutamente rimosso.
E puntualmente, come quasi tutti gli anni, due o tre giorni prima della partenza, realizzo cosa era quelloa strana sensazione...è il dover fare la valigia!
Perchè andare a sciare non è come andare da qualsiasi altra parte. Sì perchè se vai in vacanza in una città non fai altro che aprire l'armadio, prendere tot paia di calze e calzini, tot paia di mutande, abiti a seconda della stagione e di cosa prevedi di fare, li schiaffi in valigia e via si va. Al limite, se devo andare al mare, il massimo dello sforzo che faccio è prendere anche costumi, maschera, pinne e boccaglio, ma è roba da poco. Ma cazzo, avete presente cosa voglia dire fare le valigie per andare a SCIARE? Già di per sè è una cosa da sclero, perchè devi pensare alle seguenti situazioni, che richiedono ognuna un tipo di abbigliamento diverso:
- quando si sta in casa (tuta, pigiama, accappatoio, ciabatte)
- quando si esce di casa per andare al ristorante/al pub/a fare la spesa e è bel tempo (scarpe, pantaloni, calze, maglia, giacca a vento)
- quando si esce di casa per andare al ristorante/al pub/a fare la spesa e nevica (doposci, pantaloni, calze, maglione, giacca a vento, cappello, ombrello, sciarpa, varie ed eventuali)
- quando si esce di casa per andare al ristorante/al pub/a fare la spesa e fa un freddo porco (stivali, calze, calzini, pantalni pesanti, maglione, maglia di sotto, giacca a vento, cappello, sciarpa, guanti e chi più ne ha più ne metta)
- quando si va a sciare e è bel tempo (tuta da sci leggera, maglietta di sotto leggera, occhiali, fascia per capelli, guanti, calzini)+ scarponi, sci, racchette da sci
- quando si va a sciare e nevica (tuta da sci leggera, maglietta di sotto leggera, maschera da neve, cappellino, guanti impermeabili, calzamaglia)+ scarponi, sci, racchette da sci
- quando si va a sciare e fa un freddo porco (tuta da sci pesante, maxi giacca a vento che para tutto, calzamagliona di lana, calzini di lana, t shirt, maglia di sotto in pile, guanti impermeabili, sottoguanto in seta, maschera, passamontagna, scaldacollo, cappellino) + scarponi, sci, racchette da sci
Consideriamo anche il fatto che sciando si suda e quindi almeno 3 cambi di calzini e di magliette per 4 giorni concedetemeli.
Bene, avete focalizzato tutta questa roba? Ecco, se fosse tutta riunita dentro un armadio/scatolone/mobile fare la valigia sarebbe ben poca cosa. Ma ora immaginatevela sparsa qua e là e suddivisa senza un criterio ben preciso ma chiaro solo a mia madre (ecco dunque l'errore nel sistema, ancora inspiegabile ai più: perchè ogni anno affidiamo incautamente a mia madre la gestione della roba da sci?) in una serie di scatoloni chiusi in soffitta sopra ai quali stanno chili di altre cose e avrete una vaga idea di quello che devo subire ogni anno, quando mi appresto a fare la valigia per andare a sciare.
Già questo di per sè basterebbe e avanzerebbe, ma non è tutto! Già, perchè io vivo in una famiglia di gente che scia da almeno 30 anni e che in tutto questo arco di tempo non hanno buttato via nulla, ma nulla nulla di quello che aveva.
Eccomi dunque in soffitta a destreggiarmi fra racchette da sci degli anni settanta, dribblare un paio di pedule peluchose degli anni ottanta e arraffare i miei pantaloni da sci...No, cavoli, qui non c'è la giacca a vento...vediamo se è in quest'altra scatola. Niente da fare, ne escono, in ordine di apparizione:
nr. 1 tuta di mio padre della Fila, quella della nazionale italiana sci degli anni 90, uguale a Alberto Tomba e tutta stinta che mi domando cosa se ne faccia;
nr. 1 paio di fuseaux da neve blu a fiorellini (aargh) con le ghette di proprietario ignoto, di quelli che quando te li metti ti fanno subito salire l'aceto perchè il cavallo ti scende alle ginocchia in men che non si dica,
nr 2 moschettoni che usava mio padre quando faceva le cordate al cai
nr. 1 paio di guanti tipo moffola(che io odio, quei cavolo di guanti con un solo dito fuori non ti permettono di fare nulla, nemmeno indicare o mandare a fanculo, solo battere il cinque!) che hanno un aspetto scomodo e antiquato.
Sotto un cumulo di roba scovo una borsa, dalla quale fuoriescono la mia maschera (Deo Gratias) insieme a degli occhiali da sci specchiati stile De Sica in Vacanze di Natale, il mio cappellino e una fascia per capelli sulla quale è scritto San Sicario 1978...oh yeah!
Sì, ma la giacca a vento e i miei guanti ancora non si trovano...In fondo in fondo ecco che emerge uno scatolone. Lo apro e ne escono: 4 pile da sci miei (evvaiii), maglia di lana da sci dello sciclub Nuovo Pignone 1984 di fattura fantozziana, la mia calzamaglia, un colbacco di pelo marrone, non so se vero o finto e probabilmente risalente agli anni della cortina di ferro e dulcis in fundo, finalmente la mia giacca a vento!!
Adesso ho tutto, posso infilare ogni cosa in valigia e trarre un lunghissimo sospiro di sollievo...almeno fino al prossimo anno e alla prossima vacanza sulla neve!
ps: se qualcuno di voi a carnevale volesse vestirsi da sciatore degli anni '70 sapete a chi rivolgervi per avere l'attrezzatura completa
Sia chiaro, mi piace andare qualche giorno a sciare e quando ne ho la possibilità programmo con entusiasmo la settimana bianca. Però tutte le volte, quando fisso il periodo etc è come se qualcosa dentro di me mi mettesse in allarme, come se la mia coscienza cercasse di ricordarmi qualcosa di tremendo che ho volutamente rimosso.
E puntualmente, come quasi tutti gli anni, due o tre giorni prima della partenza, realizzo cosa era quelloa strana sensazione...è il dover fare la valigia!
Perchè andare a sciare non è come andare da qualsiasi altra parte. Sì perchè se vai in vacanza in una città non fai altro che aprire l'armadio, prendere tot paia di calze e calzini, tot paia di mutande, abiti a seconda della stagione e di cosa prevedi di fare, li schiaffi in valigia e via si va. Al limite, se devo andare al mare, il massimo dello sforzo che faccio è prendere anche costumi, maschera, pinne e boccaglio, ma è roba da poco. Ma cazzo, avete presente cosa voglia dire fare le valigie per andare a SCIARE? Già di per sè è una cosa da sclero, perchè devi pensare alle seguenti situazioni, che richiedono ognuna un tipo di abbigliamento diverso:
- quando si sta in casa (tuta, pigiama, accappatoio, ciabatte)
- quando si esce di casa per andare al ristorante/al pub/a fare la spesa e è bel tempo (scarpe, pantaloni, calze, maglia, giacca a vento)
- quando si esce di casa per andare al ristorante/al pub/a fare la spesa e nevica (doposci, pantaloni, calze, maglione, giacca a vento, cappello, ombrello, sciarpa, varie ed eventuali)
- quando si esce di casa per andare al ristorante/al pub/a fare la spesa e fa un freddo porco (stivali, calze, calzini, pantalni pesanti, maglione, maglia di sotto, giacca a vento, cappello, sciarpa, guanti e chi più ne ha più ne metta)
- quando si va a sciare e è bel tempo (tuta da sci leggera, maglietta di sotto leggera, occhiali, fascia per capelli, guanti, calzini)+ scarponi, sci, racchette da sci
- quando si va a sciare e nevica (tuta da sci leggera, maglietta di sotto leggera, maschera da neve, cappellino, guanti impermeabili, calzamaglia)+ scarponi, sci, racchette da sci
- quando si va a sciare e fa un freddo porco (tuta da sci pesante, maxi giacca a vento che para tutto, calzamagliona di lana, calzini di lana, t shirt, maglia di sotto in pile, guanti impermeabili, sottoguanto in seta, maschera, passamontagna, scaldacollo, cappellino) + scarponi, sci, racchette da sci
Consideriamo anche il fatto che sciando si suda e quindi almeno 3 cambi di calzini e di magliette per 4 giorni concedetemeli.
Bene, avete focalizzato tutta questa roba? Ecco, se fosse tutta riunita dentro un armadio/scatolone/mobile fare la valigia sarebbe ben poca cosa. Ma ora immaginatevela sparsa qua e là e suddivisa senza un criterio ben preciso ma chiaro solo a mia madre (ecco dunque l'errore nel sistema, ancora inspiegabile ai più: perchè ogni anno affidiamo incautamente a mia madre la gestione della roba da sci?) in una serie di scatoloni chiusi in soffitta sopra ai quali stanno chili di altre cose e avrete una vaga idea di quello che devo subire ogni anno, quando mi appresto a fare la valigia per andare a sciare.
Già questo di per sè basterebbe e avanzerebbe, ma non è tutto! Già, perchè io vivo in una famiglia di gente che scia da almeno 30 anni e che in tutto questo arco di tempo non hanno buttato via nulla, ma nulla nulla di quello che aveva.
Eccomi dunque in soffitta a destreggiarmi fra racchette da sci degli anni settanta, dribblare un paio di pedule peluchose degli anni ottanta e arraffare i miei pantaloni da sci...No, cavoli, qui non c'è la giacca a vento...vediamo se è in quest'altra scatola. Niente da fare, ne escono, in ordine di apparizione:
nr. 1 tuta di mio padre della Fila, quella della nazionale italiana sci degli anni 90, uguale a Alberto Tomba e tutta stinta che mi domando cosa se ne faccia;
nr. 1 paio di fuseaux da neve blu a fiorellini (aargh) con le ghette di proprietario ignoto, di quelli che quando te li metti ti fanno subito salire l'aceto perchè il cavallo ti scende alle ginocchia in men che non si dica,
nr 2 moschettoni che usava mio padre quando faceva le cordate al cai
nr. 1 paio di guanti tipo moffola(che io odio, quei cavolo di guanti con un solo dito fuori non ti permettono di fare nulla, nemmeno indicare o mandare a fanculo, solo battere il cinque!) che hanno un aspetto scomodo e antiquato.
Sotto un cumulo di roba scovo una borsa, dalla quale fuoriescono la mia maschera (Deo Gratias) insieme a degli occhiali da sci specchiati stile De Sica in Vacanze di Natale, il mio cappellino e una fascia per capelli sulla quale è scritto San Sicario 1978...oh yeah!
Sì, ma la giacca a vento e i miei guanti ancora non si trovano...In fondo in fondo ecco che emerge uno scatolone. Lo apro e ne escono: 4 pile da sci miei (evvaiii), maglia di lana da sci dello sciclub Nuovo Pignone 1984 di fattura fantozziana, la mia calzamaglia, un colbacco di pelo marrone, non so se vero o finto e probabilmente risalente agli anni della cortina di ferro e dulcis in fundo, finalmente la mia giacca a vento!!
Adesso ho tutto, posso infilare ogni cosa in valigia e trarre un lunghissimo sospiro di sollievo...almeno fino al prossimo anno e alla prossima vacanza sulla neve!
ps: se qualcuno di voi a carnevale volesse vestirsi da sciatore degli anni '70 sapete a chi rivolgervi per avere l'attrezzatura completa
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