martedì 19 agosto 2008

Arrivare a Londra

Da pochi giorni sono tornata alla solita vita e già realizzo che, più delle vacanze in sè, mi manca Londra, la sua vita, i suoi posti.
Avevo già pensato praticamente appena tornata di postare qui sul blog un resoconto di Londra, un incrocio fra una guida molto ma mooolto diluita e limitata alle cose che ho visto e un diario di bordo delle mie impressioni nella capitale britannica.
Beh, visto che stasera sono a casa mi accingo quindi a realizzare i miei propositi, sperando che qualcuno dei quattro gatti che frequentano il mio blog possa apprezzare.



Arrivare a Londra, soprattutto se provenienti da una cittadina di provincia come me, può essere traumatico: un paese dove non parlano la tua lingua, non c'è l'euro e soprattutto una città tanto grande e tanto popolosa già di per sè sono elementi a sufficienza per creare inquietudine. Se ci aggiungiamo il fatto che spesso e volentieri gli italiani all'estero sono un pochettino (concedetemelo su che è vero) incapaci e che la vita là è carissima e ci se ne accorge subito, beh, le cose si complicano.
Se come me si arriva all'aereoporto di Luton, disante qualcosina più di un'ora da Londra, la prima cosa da fare è cercare un mezzo di trasporto per giungere a destinazione. L'aereoporto non è grandissimo ma ha già tutti i requisiti per soddisfare un inglese doc: è funzionale, è efficiente e ha tanti negozi dove sono reperibili i mai troppo diffusi trogolai mangerecci (non vi fate ingannare dall'apparenza salubre, anche i cibi più morigerati sono avvolti nella plastica che nasconde due dita buone di maionese e il malefico curry).
Un "forestiero" qualsiasi, specie se italiano, noterà che manca una cosa abbastanza importante: un banchino di info turistiche (sì, ce n'è uno, ma è riservato alla prenotazione di ostelli o alberghi).Così ci si trova davanti mille banchini di altrettante società di trasporti (via treno o via bus) che si offrono di portarti a Londra. Il prezzo di un viaggio (solo andata Luton-Londra) si aggira fra i 12 e i 15 £. Quale sia la convenienza di una società puttosto che di un'altra o di un treno piuttosto che di un pullman non mi è riuscito capirlo, anche perchè io, da brava italiana, ho fatto quello che la maggior parte dei miei conazionali fa appena arrivati in un paese straniero: stanno tutti compatti e tendono a seguire come un branco di pecorelle smarrite quelli che parlano la loro stessa lingua: così abbiamo fatto noi "seguendo" una coppia bergamasca e così ha fatto la famiglia veronese che ha seguito noi.
Con 12£ e un'ora di viaggio dunque il pullman (il nostro come le altre mille linee di pullman) ci ha scaricato con due valigiozzi belli pesanti alla Victoria Station, nel bel mezzo del casino e dell'andirivieni frettoloso di centinaia fra turisti, oriundi e chissà che altro, arrivederci e grazie alè alè.
Dove andare? Cosa fare? anche se prima della partenza mi ero già documentata su cose che è sempre bene avere in testa PRIMA di arrivare: l'indirizzo dell'albergo, la sua ubicazione, i mezzi di trasporto con cui è possibile giungerci nel minor tempo possibile, dove comprare i biglietti per i mezzi pubblici e l'esistenza o meno di una carta-abbonamento che faccia sconti turistici, la sensazione di smarrimento è forte, anche perché, e questa è una costante di Londra, le indicazioni sono spesso insufficienti e talvolta contrastanti.
Dopo una mezz'ora a girare per l'isolato con i valigioni pesanti, Loris che bestemmia dietro di me e un caldo afoso da morire (eh già, perchè io, memore dei miei viaggi estivi a Berlino prima e in Irlanda poi, mi ero premunita e avevo avvisato anche Loris di portarsi roba pesante che fa freddo, col risultato che ci troviamo vestiti quasi come Totò e Peppino quando arrivano a Milano mentre la temperatura a Londra supera i 30 gradi con qualcosa come 70% di umidità)dopo aver finalmente sfoderato il mio inglese (fortunatamente di livello abbastanza buono) riesco ad arrivare al banco delle informazioni turistiche e a uscirne vittoriosa con in mano le chiavi del mondo: due Oyster cards (vale a dire carte ricaricabili valide una settimana che ci permettono di viaggiare su bus e metro delle aree 1 e 2, ovvero il centro di Londra e la sua immedata periferia, quante volte vogliamo, 24h su 24.
E qui il nostro primo incontro/scontro con la metro. Per me, ovviamente, è stato subito amore. (spero in un prossimo post di poter approfondire l'argomento metro).
La stazione più vicina all'albergo è Earls Court. Per 6 dei 10 giorni di permanenza a Londra impieghiamo 10 minuti a piedi a giungere la stazione, facendo l'intero giro dell'isolato, per poi scoprire che la stazione ha un'uscita sul retro che sbuca praticamente a 50 m dal nostro albergo...
La scelta dell'alloggio si è rivelata giusta: pur essendo un albergo senza pretese, con una cameretta di 3 metri quadrati, un armadio per aprire il quale è necessario spostare i letti e la totale assenza dello spazzolino del WC (assenza che, a quanto pare, è un po' il leitmotiv delle mie vacanze e alla quale ormai mi sono abituta)è in un quartiere carino, tranquillo ma vivace, pieno di ristoranti e posti dove mangiare e abbastanza pulito. Insomma, il rapporto qualità prezzo c'è tutto e ancora una volta sono riuscita a beccare nel segno pur prenotando via internet (Dio benedica Venere.com e i commenti degli utenti).
E' dopo aver disfatto le valigie che abbiamo il nostro primo, terrificante incontro ravvicinato con quello che per tutta la vacanza sarà un po' il nostro nemico: il CIBO.


Ora, io sono una persona che adora andare all'estero, ama sperimentare, otre alle abitudini del posto, anche le varie cucine e i gusti locali. Detesto quegli italiani che vanno all'estero per mangiare nei ristoranti italiani e fare le cose che farebbero in Italia. E sono anche una persona che cerca di adattarsi col mangiare.
Come è risaputo, gli inglesi mangiano male. Quello che forse molti ignorano è QUANTO e IN CHE MODO mangiano male.
Se si vuole, esistono cibi sani (magari un po' più costosi ma poco importa) e non è quello il punto. Verdure ne trovi quante ne vuoi. I problemi in realtà sono due:
PRIMO: mentre noi italiani abbiamo fatto del cibo una cultura e per noi mangiare è un piacere, un'arte, per gli inglesi mangiare è necessità. Si mangia perchè sennò si muore. Quindi ovviano a questa necessità con lo stesso spirito con cui noi italiani che so, andiamo in bagno o ci grattiamo il naso se ci prude o ci addormentiamo se abbiamo sonno: senza entusiasmo. E' questo, credo, che avvilisce di più un italiano a Londra all'ora dei pasti. E' il rilevare spesso la scarsità dei tavoli nei bar o nei ristoranti, il vedere gli inglesi che all'ora di pranzo si comprano un panino inscatolato e se lo divorano in piedi, camminando, senza fermarsi un secondo, il trangugiare a casaccio dove si è. Il sapore ha poca impotanza, l'importante è mangiare velocemente e tornare a fare quello che si stava facendo.
SECONDO: gli inglesi hanno un senso del gusto diversissimo dal nostro, per noi inaccettabile e incomprensibile. ok, passi che non disponendo di un condimento come l'olio devono inventarsi dei modi onde evitare di mangiare l'insalata così come i conigli, però, cazzo, loro mica riescono a stare fermi e lasciare ai cibi il loro sapore naturale...no, porca miseria, ci devono rimettere le mani! Devono condire, è più forte di loro, devono mescolare, non ce la fanno a stare fermi. E' così che noi, da ingenui, ordiniamo un panino al formaggio e ci troviamo davanti un sandwich con dentro formaggio (come promesso) maionese (e ci può stare) e marmellata tutto ben mescolato insieme(eh no eh, cazzo, questo è troppo). Dopo i primi giorni però si impara la lezione: a Londra le cose, e il cibo soprattutto, non sono mai quello che sembrano ma nascondono al loro interno ben altro. Quindi occhio e andateci cauti.

martedì 12 agosto 2008

Ritorno al passato

Piano piano riprendo le consegne di quello che le ferie avevano lasciato in sospeso.
Ritorno al lavoro, al mio corpo, alla mia casa, alla routine e una dolce malinconia mi pervade.
Riscopro il piacere di portare fuori il cane al tramonto. Arturo è il miglior compagno di viaggio che esista: allegro ed entusiasta, sebbene di tanto in tanto euforico, sa anche essere discreto e silenzioso.
Non so chi dei due abbia condotto l'altro e abbia scelto il percorso odierno. Ancora penso a quello che dovrò fare domani al lavoro e ad altri pensieri grigi e mi rendo conto che siamo nel quartiere dei nonni,il quartiere dell'infanzia. Non ci passo da tanto tempo, credo.
E' semideserto. Alcune finestre hanno dei panni stesi fuori, quasi a chiedere pietà al caldo e alla polvere.
Attraversiamo sul piccolo ponte il rio quasi in secca. Riconosco l'odore dell'acqua stagnante, quell'odore che a volte faceva da cornice nel cortile della nonna sarta, quel fazzoletto di mattonelle e grandi vasi di terriccio con dentro i fondi di caffè "perchè concimano" che, non so perchè, si ostinava a chiamare orto.
Da lì, con una canna da pesca inventata con un bastone della scopa e filze bianche mi improvvisavo pescatrice di rane. Che gioia quando riuscivo, sporgendomi con cautela, a far toccare l'acqua alla mia esca!
Il messaggio nella bottiglia del succo di frutta che un giorno con un'amica lanciammo nelle acque. Si arenò poco dopo. Per molti giorni rimase lì, poi non fu più visto. Chissà se mai sia arrivato da qualche parte. Me lo chiedo oggi, pur senza ricordare cosa vi fosse scritto all'interno, come se quel messaggio fosse questione di vita o di morte.
Passo davanti a quelle che erano le case delle mie amiche d'infanzia. Una, da quanto so, si è trasferita con la famiglia. L'altra non so se abiti più lì. Forse è in vacanza. Forse si è sposata. Chissà.
Dopo la curva, sulla sinistra, ricordo che tanto tempo fa c'era un pugno di negozi: un piccolo bar dimesso che faceva focaccine bisunte, la parrucchiera, una pizzeria dove per la prima volta io e le amiche siamo andate a mangiare una pizza da sole, la sera prima di un primo giorno di scuola alle medie e la cartoleria dove la nonna se ero brava mi portava a comprare le gomme profumate.
Ricordo che ho sempre desiderato, senza mai averla, una gomma a forma di idrante. Ho il suo odore, la sua consistenza scolpiti nella mente.
Il bar è chiuso per ferie, così come la parrucchiera; il ristorante ha cambiato arredamento, nome e gestione. La cartoleria ha chiuso, le tapparelle rotte e polverose; dei fiori dipinti sul vetro di quella che una volta era la vetrina restano come unica testimonianza di una passata attività.
Il parcheggio sul retro della casa dei nonni, dove abbiamo aspettato il camion della nettezza, quando abbiamo svuotato le cantine.
Le mattine d'estate passate in cantina, con nonna che faceva la conserva, nonno che lavorava alle sue invenzioni e mi dava dei pezzetti di legno e della colla per i miei giochi. Il pavimento di terra battuta, la cenere per pulire. Tutta quella roba nella cantina, quanta fatica per svuotarla fra le lacrime! Quando è stato? Neppure due anni fa eppure questo poco tempo pesa sulle mie spalle come un fardello.
La persiana di quella che una volta era la cucina dei nonni pende di sghembo, rotta. Nemmeno due anni, eppure già si notano i segni dell'abbandono.
Anche la bottega accanto, quella che vendeva alimentari, dove la nonna andava col portafogli sotto il braccio e una sporta in finta pelle, ha chiuso i battenti poco prima che morisse mio nonno. Troppi pochi clienti, troppo costosa l'attività. Ricordo ancora come era disposta la roba sugli scaffali, la pasta davanti alla porta, vicino alla cassa e il banco delle verdure in fondo, una biro legata con un elastico allo scaffale per scrivere i prezzi sui cartocci.
Venticinque anni o qualcosa in meno trascorsi come un secolo e i ricordi restano così nitidi!
Con la coda dell'occhio guardo il davanti della casa del nonno giardiniere. Il sempreverde davanti avrebbe bisogno di essere potato. Sono lavori che vanno fatti a settembre, così mi diceva. Sapevo che era settembre perchè si potava il sempreverde e ora chissà chi lo fa al posto di nonno e soprattutto chissà se saprà che va potato a settembre.
Arturo trova qualcosa di interessante da annusare, così mi fermo, giusto in tempo per notare che la finestra della camerina ha le persiane aperte.
Qualcuno vive nella casa, o ci sta lavorando.
La finestra ha ancora le tende di nylon, quelle povere, che imitavano il pizzo, tutte traforate. Ricordo le mie dita paffute che si insinuano tra i trafori e nonna che mi brontola perchè le rovino.
Ho passato interi pomeriggi in quella stanza. Riposavo sul letto con la coperta con le rose, quello sempre pronto a ospitarmi, se avessi voluto dormire da loro. Ma io ero testarda, e preferivo dormire a casa mia, o dalle amiche, se i miei non c'erano.
Agosto 2001 se non vado errata, l'ultima notte che ho dormito lì, quando mi ero appena lasciata dal mio primo ragazzo. Ancora una volta la casa dei nonni, come quando ero piccola, mi ha fornito rifugio dai mali esterni, quella stanza fuori dal tempo, dove una volta, più di venti anni fa, passavo i pomeriggi a osservare il mondo fuori dalla finestra, a contare gli autobus che passavano ogni mezz'ora, quelli grossi, pesanti, che andavano verso la montagna.
Come vorrei rifugiarmi ancora fra quelle mura, suonare il campanello, sentire l'odore di quella casa, e passare anche solo mezz'ora in quella zona franca che era l'appartamento dei nonni. Vedere mio nonno seduto che fa i rebus della settimana enigmistica, la nonna in cucina che lava i piatti.
Una casa dove tutto, da anni, ha una sua precisa collocazione, dove tutto sembrava aspettare solo me.
Ma tutto cambia, tutto è simile ai nostri ricordi eppure allo stesso tempo così diverso.
E' stato come guardare uno dei miei film preferiti, di quelli visti talmente tante volte da imparare a memoria le battute del cast e rendersi conto che gli attori non ci sono, che la trama non c'è più, che c'è solo il set visibile a malapena su uno schermo squarciato.
La gola mi si annoda.
Come sempre il mio fido amico mi salva, tirando il guinzaglio e guardandomi con quel modo tutto suo che ha di guardarmi come a dire "Ebbene?"
"Via, si va a mangiare" gli dico. Immediatamente capisce e si rimette in moto e io dietro di lui.
Mentre ci avviamo verso casa rifletto ancora un poco sui segreti che ci legano a questo mondo, in particolare a cosa resta dell'uomo quando l'uomo se ne va.

venerdì 18 luglio 2008

Chiuso per (strameritate) ferie


Finalmente me ne vado un po' al mare!!!
Non temete però, il 25 sarò di nuovo qui.
Buone minivacanze a tutti

martedì 1 luglio 2008

Mammia mia come sto messa...

Visto che ormai i post di questo blog stanno diventando piccole tessere che compongono un mosaico sul mio ingresso tragicomico nel mondo di coloro che cercano lavoro, stasera ne aggiungo un'altra.
Domani primo concorso pubblico. Via via che diminuisce il numero di ore mi separa dal fatidico momento in cui mi propineranno davanti una pappardella di questionario a crocette alle quali, matematico, non saprò rispondere (causa la mia preparazione estremamente farraginosa)aumenta in me la convinzione che, cazzo, a me mica mi piacerebbe lavorare in comune o in un ente pubblico...e allora perchè cavolo lo faccio?
Così mi metto a bighellonare su internet, bazzico i soliti siti di sempre nei quali sono divenuta un'habituèe, come l'ubriaco al suo bar: quello della provincia di Pistoia, quello della provincia di Prato e altri siti dove ci sono le offerte di lavoro.
Poi per caso mi prende lo sfizio di andare a controllare anche un link trovato su uno di quei tristi siti per giovani (non ggiovani con due g che skrivono tutto kon la kappa, ma un sito dove per giovani si intende trentenni o giù di lì che, per destino o per volontà, sono in preda a una disperata sindrome di peter pan).
Appena leggo la prima offerta di lavoro mi rendo conto che è meglio mille volte fare un concorso pubblico, vincerlo ed entrare a lavorare come scemo del villaggio stipendiato che fare le cose (qualunque esse siano) che sono scritte nell'annuncio.
Non sto parlando di prostituzione, vendita di bambini o spaccio di droga. Parlo di cose come questa . Ok, per i pigri copio e incollo, basta sappiate che sta stronzata ha una fonte internet ufficiale e non è una delle solite cazzate sparate da me, anche perchè io non sarei assolutamente capace di concepire supercazzole del genere:
"Se sei in grado di elaborare idee non convenzionali e di trasformarle in risultati di eccellenza..."
(già a me ste frasi ridondanti, che iniziano col Se, così come quelle che iniziano con un'interrogativa retoricca, mi sanno di fregatura più del gioco delle tre carte)
Dunque, vediamo...idee non convenzionali...tipo fare posizioni erotiche che esulino dalle consuete sopra/sotto?
"...se sei abituato a considerare i problemi come sfide da superare per puntare sempre più in alto..."
no, veramente io i problemi li considero rotture di coglioni pure e semplici
"...entra in Accenture!..."
hmm questo nome non mi è nuovo...dove mai l'avrò sentito?
"...ti offriamo gli strumenti e la formazione ideali per costruire la tua carriera in un ambiente internazionale e crescere velocemente..."
cosa significa? non dice nulla! Si spieghi meglio...
"...Siamo un’azienda globale di Management Consulting, Systems Integration & Technology e Outsourcing..."
aaah, ora sì che ho capito...
"...Cerchiamo persone di talento per la nostra workforce Consulting, costituita dai migliori esperti in strategie, processi e soluzioni tecnologiche che affiancano le aziende in importanti progetti di sviluppo organizzativo e radicale trasformazione. In particolare, stiamo potenziando l’area Systems Integration & Technology, focalizzata su attività di analisi di processo, implementazione di soluzioni applicative personalizzate o integrate quali SAP, Oracle e Siebel, disegno di architetture e infrastrutture tecnologiche."
Ora, al di là del fatto che un c'ho capito nulla e che forse son ritardata, però, personalmente, a me mi irrita un casino quando l'inglesaccio da affari viene, copme in questo caso, straabusato e mescolato a sigle inutili come SAP (Società Acrobati Perditempo?), quasi a voler far abboccare tanti allocchi che leggendo un annuncio del genere pensano "oooh, quanto sono avanti, dicono cose che nessuno riesce a capire perchè sono troppo avanti!!" quando invece la realtà dei fatti è quella più semplice, ovvero che hanno sparato termini a caso un po' qua e un po'là giusto per essere, per dirla con il loro linguaggio, eyecatching.
E poi comunque io della Accenture me ne ricordo per due motivi.
Il primo: non so come un ragazzo che conosco ebbe la malaugurata idea di andare a fare un colloquio in quel luogo di perdizione e il coraggio non da tutti di andarsene a metà mattinata infamandoli.
Il secondo, se la memoria non mi inganna, ha a che fare con Bush e Berlusconi, due personcine i cui nomi dicono tutto...

Quando vedo ste boiate, mi domando che tipo di lavoro mi aspetta...

giovedì 19 giugno 2008

Sarà capitato anche a voi...

Fra i primi passi per cercare lavoro c'è ovviamente l'immancabile compilazione del Curriculum Vitae.
Cioè, di CurriculA (sì cari miei non latinisti, il plurale è Curricula e non Curriculi, alla pistoiese, che ha la stessa declinazione di euri) già ne avevo compilati, ma MAI seguendo la traccia infernale del modello europeo, quella in cui mi sono imbattuta oggi, perchè oggi per sembrare uno serio bisogna compilare quel modello lì, scaricabile da internet e non vi ci metto nemmeno il link tanto basta digitiate su google (che è la massima fonte di sapere del mondo d'oggi) la parola curriculum modello europeo per essere soddisfatti).
Premetto che già non è facile di per sè, soprattutto per coloro che sono alle prime esperienze lavorative "ufficiali" far risaltare, in poche righe e in un linguaggio conciso, le proprie caratteristiche "positive", se poi a questo ci si aggiunge quel cavolo di modello che, oltre ad avere parametri rigidi degni di una ex SS tedesca, è stato realizzato tutto con una TABELLA di MICROSOFT WORD, una delle cose a cui associo la voce di mia madre che quando ero piccola e stavo per toccare qualcosa che non andava bene mi diceva "caaacca!!" capirete bene perchè oggi sono così sclerata.
Non potete immaginare, a meno che non l'abbiate già fatto, passare 2 ore sudando e cercando di compilare in maniera corretta quell'accrocco lì, per poi rileggerlo e capire che praticamente non c'è verso, a meno di non accompagnarlo da una lettera di presentazione, di far risaltare le proprie caratteristiche positive. Anzi, secondo me chiunque, anche chi possiede un curriculum lungo km, apparirebbe un deficiente patentato.
Ecco alcuni dei campi da compilare presenti in quel modello infernale (ah da aggiungere che ovviamente li devi compilare nei caratteri scelti da loro e che a volte ti piglia il maiuscolo quando non ci vuole e devi fare mille casini per levarlo):


ISTRUZIONE E FORMAZIONE

• Date (da – a) [Iniziare con le informazioni più recenti ed elencare separatamente ciascun corso pertinente frequentato con successo....vuol dire che devo partire dalla laurea per arrivare a ritroso fino alle elementari?]
• Nome e tipo di istituto di istruzione o formazione
• Principali materie / abilità professionali oggetto dello studio
• Qualifica conseguita
• Livello nella classificazione nazionale (se pertinente) [eeh??!!! Puppaaaaa!!!!]

Da notare come poi non ci sia spazio per specificare la valutazione coneguita. Cioè, se magari uno si è diplomato con un bel voto gli garberebbe anche metterlo, visto che per certi concorsi etc. anche i voti contano.
La mia laurea col massimo dei voti viene così svilita con un sacco di anni buttati dentro a un'università non si sa nemmeno a fare che.

CAPACITÀ E COMPETENZE RELAZIONALI (Vivere e lavorare con altre persone, in ambiente multiculturale, occupando posti in cui la comunicazione è importante e in situazioni in cui è essenziale lavorare in squadra (ad es. cultura e sport), ecc. [Descrivere tali competenze e indicare dove sono state acquisite.]

Ecco, già qui mi sembra si stia uscendo dal seminato. Dunque vivere con altre persone: dove l'hai imparato? Beh forse da sempre, in casa tua, a meno che uno non sia nato autogenerandosi in qualche zona deserta. Che domande sono? a me stanno già antipatiche.

CAPACITÀ E COMPETENZE ARTISTICHE (Musica, scrittura, disegno ecc.)[ Descrivere tali competenze e indicare dove sono state acquisite. ]

Vogliono ridurre a schema anche le competenze artistiche che talvolta son innate e che di schematico non hanno mai nulla. Tipo uno che è bravo a disegnare, 99 per cento ha imparato da sè perchè c'era portato...sono sempre più convinta che sia stato ideato da un americano questo modello, anche se è un modello europeo...

ALTRE CAPACITÀ E COMPETENZE (Competenze non precedentemente indicate.) [Descrivere tali competenze e indicare dove sono state acquisite. ]

Del tipo??? so scaccolarmi e mandare un sms contemporaneamente?

Insomma, tutta sta pappardella di post è qui allo scopo innanzitutto di polemizzare (cosa sarebbe alla fine la mia vita senza le mie quotidiane polemiche?) e in secondo luogo per fare un appello:
Se qualcuno di voi ha già compilato sto curriculum lo prego di cercare di spiegarmi al meglio come si fa o di farmelo copiare come si faceva a scuola perchè io già mi sono arenata a "Livello nella classifica nazionale (se pertinente)".

sabato 14 giugno 2008

Concerto di nicchia?

Tanto per non smentire le buone vecchie abitudini, ieri sera ci siamo recati al seguito di Crampo a un concerto di nicchia.
Cioè, non so se fosse di nicchia o meno, bisognerebbe chiedere a lui, visto che lui è il vero esperto in materia.
Se un concerto aggratisse in un bel posto ma semideserto alla presenza quasi esclusiva di esperti in materia può essere ritenuto di nicchia, allora consideriamolo pure tale. In caso contrario, vorrà dire che mi son trovata alla data sfigata di un tour di un gruppo di massa.
Ora, visto che voglio esimermi, una volta tanto, dal fare pubblicità aggratisse (da qui in avanti cari miei voglio essere pagata) non dirò nè il luogo nè il nome del gruppo (non sia mai che offenda dei fans sfegatati che poi se la rifanno con me). Specificherò solo che si trattava di un concerto all'aperto, su un palco bello grandicello, di una band che faceva musica elettronica simil-anni 80.
La loro musica non mi ha emozionato (niente di nuovo sul fronte occidentale) il luogo forse non era il più adatto per un concerto del genere e il poco pubblico non ha certo giovato alla situazione in generale.
Ciononostante, come spesso accade in situazioni come quella di "stasi del divertimento", ovvero quando quel che mi viene proposto non mi fa divertire particolarmente, per svagarmi e trovare un diversivo adoro guardarmi intorno e studiare la gente.
In particolare quella di ieri sera, composta in buona parte da darkettoni, mi ha portato a uno studio più attento di questa strana specie.
Come quasi tutti sapranno, i dark sono solitamente un gruppo chiuso, una casta, un clan. La regola numero uno dice che non puoi scambiare più di 4 parole occasionali con un dark o, al limite, qualche insulto se a) non sei un dark anche tu e non lo dai a vedere b) non sei presentato al gruppo da un altro dark che riveste un ruolo particolarmente autoritario all'interno della tribù dark c) non hai salvato la vita a un altro dark.
In assenza dei suddetti presupposti sei destinato semplicemente a venire ignorato.
La chiusura dei dark si dimostra anche nel loro modo particolare di disporsi per ballare nei locali: in cerchi strettissimi intorno alle loro borse e giacche gettate al centro manco fossero un rogo sacro. (i dark temono gli influssi negativi degli attaccapanni sui loro effetti personali?)
Se fino a una ventina d'anni fa il dark era, oserei dire, più riservato e essenziale, una specie di filosofo triste, un pierrottone degli anni 80, negli ultimi tempi si è assistito a un massiccio rintamarrimento e incyberpunkamento del dark. Ai discreti pantaloni e giacche nere si sono sostituite gonnellone (per uomo) incatenacciate, un trucco (per uomo) sempre più pesante, misto a magliettine (per uomo) aderentissime e capaci di dare quell'immancabile tocco efebico. Inutile a dirsi, i dark più mascolini sono le donne, solitamente taglie forti, più forti dell'uomo che le accompagna e meno truccate di lui.
Interessante è anche vedere il loro modo particolare di ballare: mentre la parte superiore del loro corpo si dimena lentamente tipo serpente a destra e a manca, coi piedi fanno un movimento strano, come se cercassero di uscire da un terreno paludoso che li sta risucchiando. Per capire il motivo di tale pesantezza del passo non c'è che da guardare che razza di scarpe hanno ai piedi: anfibioni spaziali, rigorosamente neri (che ve lo dico a fà?) con zeppone imbarazzanti tutti pieni di catene e borchie pesanti un quintale con le quali già è difficile camminare, figurarsi ballare!!

Comunque, nonostante molti dei miei dubbi sui dark grazie all'esperienza e anche grazie alla mia riflessione di ieri sera siano stati chiariti, ho ancora molte questioni irrisolte nella mia mente al riguardo:
1) Cosa ne pensano i dark di quelli che non si vestono di nero? Se qualcuno va in un loro locale vestito di bianco, rischia di essere pestato? (no, giusto per sapere se una sera in cui non sono vestita di nero mi ci volessi intrufolare anche io)
2) Ma i dark più piccolini, quelli che vivono ancora coi genitori, escono di casa già vestiti in quel modo? Cioè, io penso a un RAGAZZO sui diciassette abbigliato con gonna lunga, scarpe con la zeppa, maglina aderente, mezzi guanti, occhi e labbra truccate che passa davanti a suo padre, seduto sul divano, lattina di birra in mano che guarda la partita, puro monumento vivente alla virilità, e gli dice "ciao babbo io esco". No, via, secondo me si cambiano dopo..non è possibile.
Vi prego datemi una risposta o questi dubbi mi tormenteranno in eterno!!

mercoledì 28 maggio 2008

Facendosi due conti in tasca

E' buffo notare come i principali argomenti di conversazione più diffusi varino a seconda della fascia d'età alla quale si appartiene.
Tralasciando l'infanzia, quando gli argomenti ruotano per lo più intorno ai giocattoli o cose così (io c'ho la Barbie nuova / e te noo/ poppopperoo/), se fra i ragazzi delle superiori gli argomenti possono essere per lo più legati al sesso opposto e alla scuola, fra la gente della mia età uscita dall'università ahimè si sente un solo unico grido di dolore: il lavorooo!!
Non mi sono neanche laureata da un mese che già c'ho sto stress nell'anima.
Per la verità l'università ci prepara a tante cose, ma non ci prepara assolutamente al grande salto nel vuoto che ci attende il giorno dopo aver ricevuto il titolo tanto sudato.
E così da un giorno all'altro ti ritrovi laureato e disoccupato, alla ricerca di un posto di lavoro in un mondo ormai saturo, troppo grande essere ancora mantenuto dai genitori e troppo orgoglioso, talvolta, per i soliti lavoretti cameriere/babysitter/call centerista.
Mi guardo in giro e vedo che un sacco di gente ha il mio stesso problema e tutti cercano di ovviare come possono: ci sono quelli che puntano sulle specializzazioni "universitarie ufficiali": master, Ssis, dottorati e chi più ne ha più ne metta, quelli che provano la strada di una formazione più specifica e non meno costosa: corsi di formazione, corsi di lingue, corsi di programmi del computer più disparati, dalla grafica 3d a come scaricare file da emule e farla franca.
Ci sono le facce da concorso, quelli che tentano di entrare in un qualsiasi posto pubblico, gli stessi che girano da anni studiando quegli appositi libretti di leggi etc., che magari hanno saltuariamente lavorato in qualche comune e che adesso vorrebbero finalmente avere una scrivania che sia loro anche il giorno dopo.
Infine i depressi, gli eterni indecisi, i rassegnati che continuano imperterriti a lavorare al nero come camerieri che tanto guadagnano meglio così che in altri modi, quelli che ogni mattina fotocopiano le offerte di lavoro dei quotidiani, quelli che passano tutti i giorni dal centro dell'impiego, i mitragliatori di curriculum (o curricula, nella sua forma latina corretta), gli iscritti a tutti i siti possibili e immaginabili di trovalavoro.
E io, dove mi colloco? A novembre questa (inutile?) sfacchinata del servizio civile si sarà conclusa e novembre per un precario fa presto venire. Sono stanca di lavorare come un dipendente per un rimborso spese, anche se quei pochi soldi mi fanno comodo eccome.
Ma, mi domando oggi, è giusto? E' giusto dover accettare compromessi da 430 euro, perchè di compromessi si parla, lavorare come chi guadagna 3 volte tanto pur di avere una nota sul curriculum, pur di potersi permettere per lo meno di pagarsi una pizza la sera con gli amici con soldi propri a 30 anni?
Lo so che le cose che sto dicendo sono forse cose banali, sarà il testo unico degli enti locali che sto studiando per il prossimo concorso che mi mette malinconia, sarà il realizzare che da novembre probabilmente rimpiangerò anche le 430 euro sudate, sarà il fatto che il mio solo desiderio sarebbe avere una mia collocazione in questo strano mondo, potermi almeno permettere una utilitaria usata anche bruttina ma che sia TUTTA MIA, e vedere invece che oggi come oggi è assai se posso permettermi una ruota di scorta di una panda dell'87...
Ma adesso basta con le lamentele. Giusto o non giusto, mi sono resa conto di una cosa: alla fine posso essere felice anche facendo la cameriera.